Emigrazione: un fenomeno molto italiano

Le quattro fasi dell’esodo 1876-1939

Il fenomeno dell’emigrazione si manifesta soprattutto nei paesi densamente popolati che non hanno risorse sufficienti a soddisfare le necessità di tutti. L’Italia, paese a forte densità demografica e con scarse risorse in materie prime, è stato tra i paesi più colpiti dall’emigrazione. Per comodità la storia dell’emigrazione italiana si divide in quattro periodi fondamentali, che partono dall’anno in cui si comincia a raccoglierne sistematicamente i dati, il 1876:

1876-1900 primo periodo: il flusso di capitale umano si svolge in modo disorganizzato, con un forte sfruttamento umano e gravi conseguenze sanitarie. Inizialmente prevale un’emigrazione continentale ma dal 1887 si sviluppa quella transoceanica;

1901-1913 secondo periodo: il 1901 è l’anno della prima legge per la tutela dell’emigrazione, il Regio Decreto n. 23 del 31 gennaio, in cui è compreso l’Istituto del Commissariato Generale. In questo arco di tempo lo sviluppo del fenomeno lievita fino a perdere 873.000 italiani nel 1913. La legislazione permette di attutire le conseguenze sanitarie, di reprimere lo sfruttamento e la tratta degli emigranti e viene garantita la loro tutela e assistenza in patria, durante il viaggio e all’estero. In questa fase l’emigrazione transoceanica è nettamente superiore a quella continentale;


1914-1918 terzo periodo: la guerra fa da freno all’emigrazione, che diminuisce fortemente con un picco nel ’18 di 28.000 emigranti circa;

1919-1939 quarto periodo: nel primo dopoguerra l’emigrazione ha un’impennata con un picco massimo nel 1920 (614.000 emigrati) e tutta verso le Americhe. Il 13 novembre del 1919 è emanato il Testo Unico della Legge sulla Emigrazione, che coordina e unifica in un corpo organico, ma sostanzialmente la legge fondamentale rimane quella del 1901. Solo nel 1927 il Commissariato Generale dell’Emigrazione e le sue funzioni vengono trasferite alla Direzione Generale degli Italiani all’Estero del Ministero degli Affari Esteri.
Dopo la legge percentuale del 1921 (quota act), che limitava le soglie d’ingresso negli Stati Uniti, il fenomeno subisce una fortissima contrazione e rimane soprattutto un’emigrazione di tipo continentale. Con la crisi del ’29 e i milioni di disoccupati sparsi in tutti i paesi industrializzati, l’emigrazione quasi si blocca.
L’emigrazione italiana è sia continententale, ovvero i flussi di gente che si muovevano all’interno dei paesi europei e del bacino mediterraneo, sia transoceanica, ovvero gli emigranti diretti verso le Americhe, soprattutto Stati Uniti, Canada, Argentina e Brasile. Negli U.S.A. l’immigrazione italiana ha accesso a lavori di manovalanza nelle opere di viabilità, nella costruzione di ferrovie, nelle miniere e poi nelle fabbriche, quasi mai nei lavori agricoli. I lavoratori italiani si trovano da subito a dover fronteggiare fenomeni di sfruttamento, dovuti a meccanismi d’ingresso nel mercato del lavoro gestiti in maniera illecita. Tale organizzazione di reclutamento prende il nome di Padrone system.

La lingua svolge una funzione fondamentale nelle dinamiche migratorie: strumento per entrare appieno nella nuova società ma molto difficile da acquisire tanto da rappresentare molto più spesso una barriera tra l’immigrato e il “cittadino” americano. La lingua, l’accento, i suoni “diversi” diventano quasi il “marchio” della nazionalità d’origine e, di conseguenza, veicolo di marginalizzazione. Solo le seconde e terze generazioni supereranno una forma di rifiuto dell’idioma natìo, causata da una percezione negativa che il contesto sociale faceva vivere all’immigrato italiano, e si riapproprieranno delle proprie origini linguistiche.